lunedì 27 settembre 2010

Futuro e Libertà, c'è da fidarsi?

Una buona parte di italiani vorrebbe che finisse domani mattina l'egemonia di Berlusconi e tutto il suo entourage tanto è lo sdegno che li accompagna da decenni ormai.

Visto che l'attuale opposizione non da nessuna garanzia di vittoria, molti hanno iniziato a guardare con simpatia a Futuro e Libertà che sta
"lottando" all'interno dello stesso centrodestra per avere maggiore pluralità.


Futuro e Libertà è riconducibile a tre personaggi politici: Gianfranco Fini (leader), Italo Bocchino (portavoce del movimento) e Fabio Granata (temi sulla legalità).


Indubbiamente quello più in vista è Italo Bocchino che non perde occasione per intervenire in qualsiasi trasmissione o dibattito legato a Futuro e Libertà.


Quando ho visto Italo Bocchino insieme a Marco Travaglio alla prima puntata di AnnoZero mi è venuto in mente ad un fatto non propriamente edificante, avvenuto nel 2006, che vedeva protagonista proprio Bocchino.

Per capire di cosa sto parlando basta prendere il libro "La Scomparsa dei Fatti" (autore Marco Travaglio - Il Saggiatore - 2006) a pagina 45 e leggere il capitoletto L'uomo che morde il cane (si parla delle indagini su Telekom Serbia):

"La notizia è questa: 2,4 miliardi di lire provenienti dalla mediazione del conte Gianni Vitali,
«facilitatore» dell'affare, e confluiti non si sa bene come alla società Finbroker di San Marino, finirono nelle casse del Roma, il quotidiano napoletano edito dal deputato di An italo Bocchino membro della commissione Telekom Serbia. Il Bocchino indagava sui soldi incassati da Prodi e invece li aveva presi, indirettamente lui. E', giornalisticamente parlando, l'uomo che morde il cane. [...] A carico di Bocchino non c'è nulla di penalmente rilevante. L'onorevole dice che non sapeva che i soldi provenivano da Telekom e gli si può tranquillamente credere. Sapeva però che quei soldi venivano dalla Finbroker, una società di cui la sua commissione si era occupata perchè qualcuno aveva suggerito ad Antonio Volpe, il bufalaro «gemello» di Marini, di occuparsene. Eppure Bocchino non ritenne di avvertire il presidente Trantino nè gli altri commissari."

Bocchino, nel 2006, non sapeva la provenienza dei soldi finiti nel suo giornale Roma, un pò come oggi Gianfranco Fini dice di non sapere quasi nulla della casa di Montecarlo, salvo poi confermare che si dimetterebbe se la casa fosse intestata al cognato Giancarlo Tulliani.

Se ce ne fosse stato bisogno, questi di Futuro e Libertà non hanno nulla di nuovo, stanno solo combattendo la loro piccolissima lotta intestina nel centrodestra, che pare sia finita a tarallucci e vino.