mercoledì 29 settembre 2010

La radio che fu

La radio, da sempre, ha avuto una grande funzione sociale: far sognare la gente. Badate bene, il sognare ad occhi aperti è ben diverso dal farlo ad occhi chiusi, è semplicemente più figo ed appagante.

Se vogliamo la radio è stata la naturale evoluzione del libro, primo vero "strumento da sogno" che l'uomo ricordi sulla faccia della terra.


La radio era tutto: strumento d'informazione, musica anche al cesso, compagna di viaggio, occhio sul mondo anche per chi viveva tra balle di fieno e scagazzate maleodoranti di mucca autoctona.


Purtroppo bisogna parlarne al passato visto che ormani da anni, la radio è diventata un'appendice della tv e ne ha preso tutti i suoi difetti strutturali.


Come prima cosa la radio non è più solo ascolto ma anche visione visto che la quasi totalità delle stanze "on air" sono visibili via web o via tv. La radio che si può "vedere" fa perdere alle proprie voci il loro fascino misterioso, la loro capacità di trasportarti per tutta la narrazione riducendoli a meri presentatori televisivi: tutti carne e microfono.


Se ti uniformi alla logica catodico/digitale perdi anche sul fronte dei contenuti e spalanchi le porte a pubblicità e chiacchierate da bar dello sport o da sala d'attesa per la messa in piega. La radio, oggi, è questa, un pullulare di scarti delle reti mediaset/rai, milioni di secondi di pubblicità e pochissime trasmissioni che si possono considerare veri contenuti orientati alla mente dell'ascoltatore.


Anche la programmazione musicale si è uniformata sul pop commerciale e poco altro. Nessun direttore di radio scomette più su artisti emergenti o sconosciuti ma sfoglia il catalogo delle major per ordinare la musica del momento perchè la paura del calo di ascolti è sempre in agguato. Come la tv. Peggio della tv.