martedì 11 ottobre 2011

Io, il Centro Commerciale e Sephora


Capita che di Sabato hai poco da fare e così decidi di fare un giro al centro commerciale sapendo che ci starai almeno 4 ore a girare come una trottola evitando carrelli della spesa fuori controllo e promoter con le loro offerte strampalate. Odio il centro commerciale ma ha l'indubbio vantaggio di darti tutto ed il contrario di tutto, facendoti evitare semafori perennemente rossi, code chilometriche e stress da "devo trovare un parcheggio possibilmente non in sosta vietata".

Dicevo della mia permanenza al CC. Quando girovaghi per le "vie" commerciali devi guardare tutte le vetrine. Che diamine! Una volta che sei dentro devi "gustare" ogni minima sfumatura di questo monolite squadrato di vetro ed acciaio. Detto, fatto. Passi con lo sguardo dall'ultimo modello di intimo femminile rosso perversione ai saponi profumosi fatti con l'antica ricetta di nonna papera. Lo shock è notevole, le emozioni hanno l'andamento di Unicredit in Borsa. Pazzesco.

Tra tutte le vetrine ci sarà pur qualcosa di bello da comprare, pensi. E così una forza misteriosa (credo che gli americani la chiamerebbero "fashion power") ti porta dentro una dei tanti negozi di abbigliamento e ti faccia comprare jeans in offerta, dopo averli provati nel camerino San Vittore (per via della metratura), parlato elegantemente con la commessa (sempre gentile finchè non tiri fuori la carta per pagare) e ti fossi sentito un figo davanti allo specchio per più di 5 secondi.

Con le tue borse di cartone lucido e con il manico in cordino laccato che ad ogni tuo passo fanno un baccano stile banda del paese, arrivi da Sephora dove, varcate le colonne dell'anti-tacchinaggio, scopri un mondo a se, un mondo fatto di essenze misteriose e lecchinaggio mai visto in natura.

Da Sephora ci sono più commesse che profumi, te ne accorgi quasi subito, dopo che, mentre giri tra gli scaffali, sorridi gentilmente a 14 volti femminili che ti guardano con una paresi a 32 denti che dicono gli esperti di marketing si chiami "sorriso". L'orda (di commesse) ha il dono del mimetismo: tutte vestite uguali (come i neri per caso), tutte con il marsupio-beauty-case che è l'arma suprema per l'abbellimento di massa. Non passa cliente che non si faccia truccare, oliare, struccare e ritruccare da loro, le commesse, sempre in movimento, sempre vogliose di farti provare l'ultimo prodotto che promette l'immortalitè. Si proprio l'immortalitè visto che tutto, da Sephora, trasuda di francesismo, vero o presunto tale. Francese come la commessa che appare dal nulla, che ti si avvicina a te con l'imposizione delle mani in pieno delirio da Giucas Casella. Mi spavento. Perchè mai deve venire a scassare qui, da me, che emano ioni negativi verso i profumi. Capisco il motivo quando mi dice Lancome e "casualmente" mi trovo attorniato da scritte luminose che indicano Lancome. Tombola o meglio Bingo!

La commessa Caselliana mi tritura le palle con l'ultima molecola scoperta dai francese e lei è francese e quindi tutto all'interno del conflitto d'interessi italiano. Insomma tutto regolare. Mi propone in sequenza, crema giorno, crema notte, anti-rughe, lozione per i capelli. La mia mitragliata di no non la scoraggia, anzi ne trae forza e la cosa mi fa paura. Siamo ad una fase di stallo, lei che reclamizza io che rifiuto cortesemente. Per un attimo, rimpiango i rompicoglioni del tele-marketing a cui puoi attaccare la cornetta in faccia.

In un attimo di lucidità riesco a dire la frase "grazie, adesso ci penso mentre do un'occhiata". E' la mia salvezza. Riesco con un passo di moon walking a sfuggire alla stand Lancome e subito mi stordisco con ogni boccetta di profumo con la scritta "testeur". Sfodero decine di striscette Sephora piene di profumo, da annusare, sventolare esibire come lasciapassare ad ogni commessa.

Io e le mie striscette usciamo dal mondo Sephora, esausti ma felici di non aver ceduto al richiamo del bello a tutti i costi. Dopotutto riusciamo ancora a guardarci allo specchio la mattina.