lunedì 20 febbraio 2012

La Diga, I morti e gli Offesi


Per motivi affettivi, ogni anno, passo davanti alla diga del Vajont, località Longarone.

Lei, la diga, è sempre lì, perfetta nella sua costruzione, che troneggia tetramente la vallata. Se passate da quelle parti, non crederete ai vostri occhi: una valanga di acqua, fango e montagna che ha causato la morte di 1910 persone non l'ha scalfita minimamente. Dal 1963 è lì, immobile ed inutilizzata, ormai eretta a simbolo di un ingegno umano talmente diabolico da non prevedere che costruire una grande opera pubblica su una montagna più simile al marzapane che al granito non avrebbe portato nulla di buono.

Nel 1963, il bellunese Maurizio Paniz aveva 15 anni ed a scuola gli avranno raccontato quella tremenda tragedia che ha sconvolto il Cadore e tutta l'Italia. Forse in quelle ore di lezione, dormiva o si stava esercitando a sparare palline di carta con la cannuccia visto il suo futuro rapporto con il Vajont ed i suoi morti.


E' notizia fresca che gli onorevoli Scilipoti e Paniz sono riusciti, grazie ad un giudice di Belluno, a far "oscurare" l'intero sito Vajont.info "reo" di aver scritto alcune frasi offensive nei confronti dei due politici. Il sito, mentre scrivo è visibile e quindi sembra che questo provvedimento presenti notevoli buchi (oltre ad utilizzare OpenDNS per aggirare l'eventuale filtro).

Il Vajont è da sempre stato indigesto ai politici, i quali se ne sono sempre fregati dei 1910 morti e delle loro famiglie. A più riprese è stata paventata l'ipotesi di riaprire parzialmente la Diga, ora nel 2003  ora nel 2010. Le "illuminanti" proposte sono state rispedite al mittente, con sdegno e rancore sentimenti fin troppo nobili per questi pensieri aberranti.

Quando un politico senza vergogna, alla Paniz, calpesta la memoria di un popolo mi vengono in mente tutte le fottute foto della strage del Vajont, un paese raso al suolo in un secondo, pezzi di corpi sparati a centinaia di metri, persone che non hanno più nulla, non hanno più nessun ricordo. Vivere anche se si è morti dentro, anche se la propria vita non ha più nessuna prospettiva se non quella della sopravvivenza.

Il 9 ottobre 1963 regnò il silenzio, quello stesso silenzio che questa tragedia meriterebbe, da parti di tutti, soprattutto di quelle persone che dovrebbero rappresentarci ma che, troppo spesso, usano l'arroganza mista ad ignoranza per convincersi di contare qualcosa.

Si dice che un popolo senza memoria è un popolo morto, ecco, il mio omaggio a quella terra, a quelle persone sono le parole di Marco Paolini, sperando di ritornare presto a respirare l'aria pulita ed inebriante del Cadore.